Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”.

Nei giorni in cui Giovanni Battista grida nel deserto il suo desiderio di giustizia e liberazione, annunciando che deve venire un tale a realizzare ogni attesa, tutti si aspettavano il ritorno di Davide, come di un grande re che finalmente cominciasse ad usare il potere “a fin di bene”. Oppure un nuovo Melchisedek, sacerdote, autentico mediatore tra Dio e il mondo, potente e autorevole, dedito al vero culto. Oppure l’avvento di un profeta, ancora più grande di Elia, che finalmente potesse chiaramente rivelare la volontà di Dio, mettendo fine ad ogni dubbio di conoscenza e ad ogni resistenza della libertà. Insomma ognuno se lo immaginava secondo le proprie aspettative, i propri desideri, le proprie illusioni. Riassumo tutto questo fermento in una domanda: chi è Dio per me? Ma dobbiamo essere capaci di sgomberare la mente ed il cuore da tutto quello che sappiamo di Gesù e di Dio, poiché non arriva né un re, né un sacerdote, né un profeta. O almeno non come ce li saremmo immaginati noi.
Sulle rive del fiume Giordano ci sono solo peccatori come noi. In mezzo a loro c’è un tale che non attira neppure il nostro sguardo e non suscita attenzione. Quel tale, in mezzo ai peccatori, con un nome comunissimo (chiamarsi Gesù era come chiamarsi Mario Rossi!), con un lavoro poco remunerativo e socialmente squalificante (cfr. Mc 6,3), proveniente da una città sconosciuta, dove non è mai successo nulla di buono (cfr. Gv 1,46). E come se non bastasse viene dalla Galilea, terra squalificata socialmente e religiosamente.
Come se ci dicessero: «Ecco! Arriva uno a realizzare i tuoi desideri: è quel tale Mohamed, che sta sempre davanti alla mensa della Caritas, va a raccogliere i pomodori quando è stagione, e viene da Douz, in Tunisia». Ma Dio non poteva scegliersi un immagine migliore? Non poteva apparire più credibile?
Eppure aveva cantato Isaia: «Ecco, il Signore viene con potenza» (Is 40,9). La potenza di Dio è la sua scandalosa e ordinaria solidarietà con i peccatori. In questo consiste il suo amore. Queste sono le regole dell’incarnazione: abbassarsi fino ad immergersi nell’umanità più infima e difettosa, e fino alle profondità del peccato e della morte. L’apostolo Paolo svela il contenuto di questa “potenza”: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21); oppure «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno» (Gal 3,13).

«La contemplazione di Gesù in fila coi peccatori, che si immerge nell’acqua, ha il potere di svelenarci dalla menzogna del serpente; ci corregge dalla falsa immagine di un Dio onnipotente, giudice tremendo, e ci presenta la potenza di un amore che si spoglia di tutto e si fa servo, portando su di sé il peso del nostro male. L’incontro con lui avviene dove pensiamo che lui sia massimamente assente: nella nostra parte negativa, nella nostra e nella sua debolezza. Se la sua potenza ci ha creati, la sua impotenza ci ha salvati» (Silvano Fausti).

La risposta ad ogni desiderio sta nello squalificato quotidiano, piuttosto che nei grandi eventi. Abita i margini delle periferie, e non principalmente i “centri pastorali” e le sale per convegni. Si può riconoscere nelle ferite causate dal peccato, e certamente non nei deliri di onnipotenza e nelle pretese di innocenza.

Che Dio strano è mai questo? Chi è veramente questo tale Gesù da Nazareth? Perché me ne parlano sempre come qualcosa di vecchio, scontato e accomodante? A me sembra straordinariamente nuovo e sovvertitore. Vorrei conoscerlo meglio. Anche perché non si vergogna della mia compagnia, e sembra voler stare con me.