«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata» (Is 40,1-2) 

Invece la nostra voce cosa grida? Spesso rigurgita rimproveri, lamentele e condanne sul mondo, su questi tempi e sulle persone. Una voce che stenta ad obbedire al comando del Signore: «Consolate!». Una voce che scivola che scivola sopra le nuvole e non parla più al «cuore di Gerusalemme». E forse a nessun cuore. E allora torniamo ad essere una voce nel deserto, come Giovanni.
Nel deserto senza privilegi e senza sconti. Nel deserto senza compromessi e senza armi. Nel deserto da poveri. Nel deserto da credenti. Nel deserto da profeti.
A spianare i sentieri per il nostro Dio anziché trovare le scorciatoie per noi.
A ad innalzare le valli e abbassare le montagne per poter raggiungere tutti, invece di costruire muri e innalzare barriere.
Ad individuare strade percorribili per uscire fuori, anziché attendere che siano sempre gli altri a dover venire a noi, verso le nostre idee e convinzioni, pretese e soluzioni. Ricordando che l’unico fine nostro e della Chiesa è che molti incontrino Gesù, sperimentando il suo amore, e non che molti riconoscano le nostre ragioni e verità.
Cristiani come Giovanni, che mostra l’avvento di una speranza nuova, di una notizia inaudita, di una parola finalmente incarnata, di una solidarietà incondizionata e di un amore folle. Il volto autentico di Dio e non la mnemonica litania delle dottrine e dei riti.
Come Giovanni, che grida nel deserto, vestito strano, dai gesti provocatori e dalle parole irruenti. Capace di evocare la tenerezza del Signore, che, più di ogni rimprovero, spinge al pentimento e alla conversione.