La zucca, devo ammetterlo, ha il suo fascino. Attraente nel colore e accattivante la sua irregolare rotondità. I santi, no. Come abbiamo cominciato a raffigurarli da un po’ di tempo. Bruttarelli, ridicoli e con lo sguardo davvero poco intelligente. Spesso con biografie epiche, sa supereroi a cui raccomandarsi, e non da fratelli e sorelle da imitare nella vita. Così tra zucche vere e santi che sembrano finti. Ultimamente sta guadagnando popolarità l’ortaggio.

Ho l’impressione che se ne parli poco nelle nostre omelie. Poca risonanza nei nostri gruppi. Poca consapevolezza nei credenti laici, e forse anche in noi pastori. Ma certe immagini di santi a cui siamo abituati: statue di gesso dal collo torto, sguardo languido e lontano dalla terra, non ci aiutano. Soprattutto non attraggono. O meglio, suscitano tanta devozione, ma poca imitazione. Rischiamo di cadere nell’idolatria anziché alimentare la fede. Invece abbiamo bisogno di riscoprire la santità reale e diffusa nelle nostre comunità, anziché sognare una santità epica e immaginaria che non esiste neanche in cielo. Abbiamo bisogno di percorrere questa strada antica e nuova, che ci provoca a esprimere una vita diversa ed eccedente rispetto al mondo. Sarà possibile? Benedetto XVI risponde:

«Una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni, perché è Dio, il tre volte Santo, che ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma… La santità ha dunque la sua radice ultima nella grazia battesimale, nell’essere innestati nel Mistero pasquale di Cristo, con cui ci viene comunicato il suo Spirito, la sua vita di Risorto».

E allora, in forza del nostro battesimo, siamo chiamati a vivere la santità che abbiamo ricevuto in dono da Dio. La santità che non è un’arrampicata sulle vette dell’eroismo, conquistando il premio, ma innanzitutto l’accoglienza della vita di Dio in noi e l’obbedienza alla sua volontà. La santità che non consiste nell’osservanza di una legge, nell’adempimento di comandamenti, ma nell’accoglienza della grazia, cioè la gratuità provvidente di Dio, che determina le nostre scelte ed orienta i nostri desideri. Insomma non supereroi fuori dal mondo, ma uomini e donne «amati da Dio e santi per chiamata» (Rm 1,7), nella vita di tutti i giorni e in ogni luogo. Non per i nostri meriti, ci ricorda la liturgia, ma per la ricchezza della Misericordia del Padre, la testimonianza buona e l’amicizia solidale di tanti fratelli e sorelle nella fede.

Nel libro dell’Apocalisse Dio viene presentato come colui che chiede di essere accolto: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Vivere la santità oggi significa semplicemente lasciare entrare Dio nella propria vita! Nella vita delle nostre comunità cristiane.

«In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede».

Non un club esclusivo di gente perfetta e irraggiungibile, ma uomini e donne, popolo di peccatori perdonati. Non irraggiungibili, ma nuovi nelle scelte di vita e nelle logiche. Nel mio cammino di fede ho sperimentato la compagnia di uomini e donne capaci di questo. Mi sono lasciato guidare dal loro esempio. Mi sono lasciato interrogare dalla loro felicità e dalla loro pace. Essi mi hanno aiutato a passare dalle parole alla vita, attraverso una fede incarnata nella storia. Per questo credo che oggi abbiamo bisogno di continuare a pregare per chiedere non “santi sacerdoti”, ma santi!

Cioè, uomini e donne che lascino entrare Gesù nella loro vita, abbandonandosi alla sua misericordia.

Santi uomini e donne che hanno trovato il centuplo, il tesoro nel campo, la perla preziosa. E riconoscibili per l’umanità piena, la libertà vera, la gioia inesauribile.

Santi uomini e donne che si meravigliano davanti al creato e alle creature. Che scelgono di dilatare il proprio cuore secondo l’Amore ricevuto dal Signore: appassionati della terra e del cielo, innamorati del volto di Dio rintracciato negli occhi dei fratelli e delle sorelle.

Santi uomini e donne che riconoscono debolezza e peccati, senza rimanere schiacciati dalla possibilità del male, come nella parabola del grano buono e della zizzania. Senza essere rassegnati alle assenze o alle delusioni, ma consolati dal bene seminato nei lunghi solchi delle giornate.

Santi uomini e donne felici e dalla vita bella.

Santi uomini e donne cittadini del Regno e aperti al mondo. Capaci di amare Dio e il prossimo, nell’amicizia, nelle relazioni quotidiane, nei sentimenti e negli affetti puliti, nella benevolenza evangelica. Pienamente uomini e donne, non irreprensibili ma disponibili a custodire la ricchezza del Regno. Come vasi d’argilla, anche fragili. Non come statue di gesso!

 

(Liberamente tratto da “Dalla sacrestia a Gerico”, ed. Ave)