Gesù prova a sciogliere questo primo enigma della vita: ma è proprio vero che il male vince sempre? E lo fa raccontando delle parabole, cioè delle storie che riescono a comunicare qualcosa di inatteso. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare (Mt 13,3). 

Per ora non preoccupiamoci del raccolto. Come Gesù non considera gli esiti della sua missione, per quanto riguarda l’accoglienza e la comprensione da parte nostra. Egli ci racconta con quale spirito si mette all’opera, con quali sentimenti intende servire la volontà del Padre. Come guarda la storia e considera gli eventi che la compongono. Insomma, a prescindere dagli esiti che dipendono anche dagli altri, qual è lo spirito del mio agire? Perché questo dipende da me. E se qualcosa non funzionasse, prima di tutto devo cambiare me stesso, il mio cuore e il mio agire, invece di pretendere o presumere le conversioni altrui.
La prima caratteristica del seminatore e della sua opera consiste nel fatto che egli “uscì” a seminare. Non è un dato scontato. Non è più sufficiente la conservazione della fede e la cura della comunità cristiana. È necessaria una pastorale missionaria, cioè capace di “uscire” per andare incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società.
E allora, invece che leccarsi le ferite, occorre assumere questo atteggiamento nuovo, questa ulteriore passione missionaria, che ci spinge ad uscire dalle nostre chiese e dalle liturgie, dalle abitudini e dalle sacrestie, dai ritmi scontati e dalle riunioni soporifere. Non si tratta tanto di fare altre cose, di cambiare attività, ma di farlo altrove, di farlo fuori dai luoghi consueti e dai luoghi consumati.
Questa spirito missionario, che in origine ha costituito la Chiesa, dovrebbe rivoluzionare già le nostre pastorali. Faccio solo un esempio. Oggi la preoccupazione esasperante è far rimanere dentro le pecore, e non mandare qualcuno fuori a cercare quelle disperse. Progettiamo, ci sacrifichiamo, inventiamo di tutto per “far rimanere” le nuove generazioni dentro le nostre stanze, anziché desiderare che “vadano fuori” a vivere la fede e ad annunciare l’incontro gioioso con Gesù e la sua comunità. Del resto la natura ci insegna che se la gestazione non si conclude a tempo debito con il parto (uscire fuori), sarà tragicamente interrotta da un aborto.
A volte è desolante constatare che quando invitiamo ai “nostri” incontri i bambini, i giovani, i fidanzati, i genitori (perché è necessario uscir fuori anche dall’avvicinare tutti per categorie, che spesso non corrispondono neanche più alla realtà), essi sanno già cosa diremo loro e cosa dovranno fare. Le solite parole, le solite cose, il solito incontro, nel solito luogo al solito orario. E poi come li convinco il Vangelo è novità?
Conoscendo già l’esito della parabola, e cioè quella parte che diede frutto il cento, il sessanta, il trenta per uno, devo annotare la seconda caratteristica di questo seminatore: esce a seminare, sorridendo. Non lo dice Gesù, non lo dice l’evangelista, ma non può essere altrimenti. Egli esprime il cuore del Padre creatore e provvidente, che si compiace di ciò che esiste. Egli è Gesù, immagine del Padre, che esce ad affrontare la storia. Seminatore, seme, terreno e frutto. Sorridente. Non può non essere così. Ottimista.
Ricordo che dialogando con un vescovo circa la situazione della sua diocesi, fui contagiato dal suo pessimismo e dal suo sconforto. Una tragedia più che una diocesi! E allora la domanda: ma se questa fosse la realtà che motivo avrebbero gli altri per stare con noi? In realtà non c’era ragione di essere così pessimisti a ben guardare. Ma ogni tanto la stanchezza prevale. E spesso la stanchezza e lo scoraggiamento è più eloquente delle nostre prediche e delle nostre catechesi, ridondanti di dottrina e teoria, e povere di speranza e bellezza.
E la terza caratteristica è che semina ovunque. Così si usava al tempo di Gesù. Si gettava il seme dappertutto, prima di arare il campo. E successivamente, con l’aratro si ricopriva il seme, affidandolo alla terra. Oggi probabilmente giudicheremo poco produttivo un atteggiamento simile, ma di fatto ha assicurato la vita di generazione in generazione, a seminatori, i quali, uscendo a seminare sognavano il frutto, anziché rimanere prigionieri delle proprie ansie.
A volte dimentichiamo che chi fa crescere il seme è Dio, e quindi siamo in buone mani. A volte continuiamo ad essere idolatri e a volerci con ostinazione sostituire a lui. Ci lanciamo in interminabili disquisizioni sulle tecniche (come si semina?), e dimentichiamo le motivazioni (perché si semina?). E perdiamo felicità e frutti.
L’apostolo Paolo lo ricorda ad una comunità distratta, e troppo presa da questioni superficiali: uno ha piantato, un altro ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere (cfr. 1Cor 3,4-9). Anche noi, come i cristiani di Corinto, rischiamo di dimostrarci semplicemente uomini, acquisendo solo tecniche e competenze, e perdendo di vista l’orizzonte e il fine. La fede non è il risultato di una equazione esatta, né se ne ha una ricetta sicura: essa rimane un atto di abbandono ad una speranza affidabile, una collaborazione minuta ad una storia più grande, il desiderio del frutto.
Non è raro che anteponendo regole, simpatie e antipatie, strutture, ideologie, e quanto di “solo umano” possediamo, perdiamo di vista il terreno da seminare e il frutto da raccogliere. E come i farisei del vangelo, noi non entriamo e impediamo anche agli altri di farlo.
Allontaniamo gli uomini e le donne, invece che coinvolgerli nell’opera di Dio. Dimentichiamo che si tratta del campo di Dio, dell’edificio di Dio. Aspettiamo il tempo opportuno, ma questo è il tempo! Non troviamo la persona giusta, ma ogni terreno è buono! Rimaniamo impigliati dentro la nostra sola umanità, ma Dio ci spinge anche oltre.
E allora il seminatore uscì fuori sorridente e pieno di speranza a seminare ovunque e in ogni cuore.

(tratto da Dino Pirri, Dalla sacrestia a Gerico, ed Ave)