Ieri sera, passeggiando per i Fori imperiali di Roma antica, ho trovato una scritta luminosa sul Colosseo: “Roma capitale Marò”. Marò è l’ultima parola che nessuno di noi ha mai sentito prima di una settimana fa, eppure tutti facciamo finta di conoscerla da una vita. Ce ne sono molte di parole come queste, volte a evocare sentimenti viscerali e retoriche di Stato. Senza mai andare in profondità. E alla fine impariamo le parole a memoria, senza sapere cosa significhino realmente. Come i bambini. Ma forse peggio.
I Marò (Reggimento San Marco) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, secondo la retorica sarebbero due italiani ingiustamente sequestrati da truppe di ribelli indiani, gettati in una cella e in immediato pericolo di morte. E allora largo sfogo alle parole vuote: “Riportiamoli subito a casa”, “Salviamo i nostri marò”, “Siamo tutti con voi”.
Qualcuno si chiede poi cosa sia realmente accaduto: i due fucilieri della Marina sono più semplicemente in stato di arresto, con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani, in circostanze ovviamente da chiarire poiché le versioni delle parti contrastano tra loro. Inoltre non è neppure chiaro quale sia il tribunale legittimo ad esprimere il giudizio: se indiano o italiano. Intanto, ed è quello che ci interessa, Massimiliano e Salvatore stanno bene. In stato di detenzione, secondo le regole di uno Stato di diritto e nel rispetto dei diritti umani, e con qualche vantaggio rispetto agli altri detenuti indiani (e italiani).
Stando così le cose, che cosa dobbiamo rivendicare? Il rispetto dei diritti della persona e un processo equo (forse più facile in India che in Italia!). Perché tanta retorica? Da che cosa dobbiamo distogliere lo sguardo? Per che cosa dobbiamo ritrovare i sentimenti dell’unità nazionale? Me lo chiedo sempre quando le cronache mediatiche fanno cortocircuito nel mio cervello.

Giustamente scrive Massimo Fini su Il Fatto Quotidiano:  «Se due pescatori di Mazara del Vallo di un peschereccio che naviga al largo delle coste siciliane, sia pur in acque internazionali fossero uccisi da militari indiani imbarcati su un mercantile indiano, qualcuno dubiterebbe, qui da noi, che la competenza spetta al Paese delle vittime? È quel che pensano, nel caso dell’Enrica Lexie, gli indiani».

Se poi andiamo ancora in profondità, ricorderemo in molti la strage del Cermis nel 1998: quando un aereo militare americano del Corpo dei Marines, in volo di addestramento tranciò i cavi di una funivia, causando la morte 20 persone. Tutti cittadini europei. Il processo-farsa si celebrò negli Stati Uniti e i militari furono assolti, provocando l’indignazione dell’opinione pubblica italiana ed europea.
Forse gli Indiani non vogliono correre lo stesso rischio.
Oggi, mentre aspettiamo che si chiariscano gli eventi e le responsabilità, da parte delle autorità competenti, rimane certa solo una cifra. Quella dei due pescatori morti, che si chiamavano Ajesh Binki e Valentine Jelastine. Che non torneranno più a casa né riabbracceranno più i loro familiari. Mentre ci auguriamo il contrario per i nostri connazionali, dopo aver dimostrato la loro innocenza o scontato una giusta pena.
Ma noi non lo sapremo. Saremo probabilmente attratti da altro. Altre retoriche. Altre politiche. Magari nell’attesa che prima o poi politiche e retoriche tornino ad essere “alte”, invece che “altre”.