Chagall – Il mondo sottosopra

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto (cfr. Lc 3,1-6).
Quando non esistevano macchine da presa e telecamere, non esisteva neppure l’idea del cinema, l’evangelista Luca si inventa una geniale carrellata storica, inquadrando i potenti di quel tempo. E insieme “zumma” dalla totalità dell’Impero, alla provincia della Palestina, alla città di Gerusalemme. E poi ancora. Fino a penetrare l’interno della casa si Zaccaria e posarsi su un lembo qualsiasi di deserto. Dal grande al piccolo. Dal potente all’insignificante. Dall’evidenza delle cronache al nascondimento della quotidianità.
Invece sono tentato di fare sempre la manovra inversa: da me agli altri, dalla mia sofferenza agli errori altrui, dalle mie responsabilità alle carenze di sistema. E quando mi raggiungono le parole del profeta Isaia, che annuncia sentieri raddrizzati e burroni riempiti, monti e colli appianati e strade impervie accomodate, la reazione più semplice rimane quella di aspettare una salvezza che venga dagli altri, dai potenti, da lontano.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Penso ai miei smarrimenti e al vuoto che spesso mi percuote il cuore. Gli ostacoli che mi impediscono di vedere la luce e tante relazioni apparentemente spezzate. Poi le giustificazioni, le menzogne che mi racconto, le maschere che sono costretto ad indossare davanti agli altri. A tutti. E ancora la rabbia, il rancore, la lamentela, la rassegnazione verso il mondo che rimane ostile e i suoi abitanti che non si curano di me.
Invece il Vangelo ci impone uno sguardo all’incontrario. La salvezza, cioè la felicità e la vita pienamente realizzata, non dipende dall’imperatore di turno, dal governo in carica,dal lavoro che faccio o dalle compagnie che frequento. Non solo. Ma da una possibilità nuova che mi raggiunge e una storia diversa che mi abbraccia. Partendo da me. Dalla mia condizione: le storture, i vuoti, gli ostacoli, le fratture.
Oggi la Parola del Signore, che libera e salva, raggiunge me. La mia storia, la mia casa e il mio cuore. Chiama a conversione me, non gli altri, la Chiesa, il mondo. E da questa intimità d’amore e premura provo a muovere il primo passo. Mi rialzo e riprendo a camminare. Poi gli altri, la Chiesa, il mondo. «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».