Ormai lanciato verso casa sulla solita A24 (Roma-L’Aquila-Teramo) la coda dell’occhio è caduta sulle stelle luminose per il freddo e la mancanza di inquinamento ottico. Allora mi fermo sulla piazzola di sosta e mi lascio guardare da quelle stelle. E gli occhi si dilatano verso la stella seguita dai Magi. Era la vigilia dell’Epifania.

Penso ai desideri dei bambini che aspettano la Befana. Alle speranze dei grandi che guardano oltre ogni crisi. I desideri veri non possono essere nascosti o soffocati. Sono come la luce e le grida di gioia. E il mio desiderio banale di quel momento: che dico alla predica dell’Epifania. Desiderio interrotto dalle parole di un’amica, alla quale confido il mio desiderio banale: che dico alla predica domani? Lei a messa non ci andrà.

«Parla di quanto è bello conoscere me». Megalomane. «Racconta che una volta abbiamo “smezzato” un dolcetto». Ma come ti viene in mente. Eppure la mia amica ha il dono della sintesi. Le sue parole mai banali. Poche. E allora non le lascio cadere nel buio della notte. E continuo a pensare alle stelle, ai desideri, alle speranze, ai sogni. Anche alla predica da fare.

Già. I Magi che portano oro, incenso e mirra a Gesù. I simboli antichi della regalità al Signore, della divinità al Figlio unigenito del Padre, dell’incorruttibilità al Verbo che si è fatto carne. Ma anche il simbolo inquietante di una storia bella di abbandoni e partenze, sentieri e cadute, incontri e solitudini. Soprattutto della fatica della ricerca e dello stupore ad ogni passo. E la saggezza di sapersi inginocchiare, ma non davanti a chiunque.

Solo davanti a Dio che si rivela nel Bambino avvolto in fasce che giace nella mangiatoia. Non solo il dono della presenza di Dio con noi. Finalmente. Anche il modo di quella presenza: la piccolezza. Il luogo: la povertà. La compagnia: ricchi o poveri, sapienti o rozzi, i lontani, quelli che stanno al margine, i diversi e gli ignorati. Ma soprattutto modo, luogo e destinatari della Vita stessa di Dio, che intende condividere il suo Tutto con il mio niente. Ostinatamente il condividere. E anche il mio niente.

Allora la mia amica non ne aveva detta una delle sue. Mi aveva semplicemente dettato due righe, per farmici leggere in mezzo. Coma ama fare spesso. Per farti sapere ciò che non dice. Davvero è bello conoscere gli altri, abbracciarne la diversità e contemplarne la storia. Ed è bello condividere idee, pensieri, sogni, fatica, profumi, volti, abbracci, desideri. Fin dove si può.

Ecco l’Epifania! Cioè la “Manifestazione”, attraverso uno scambio sproporzionato di doni, e soprattutto l’incontro misterioso tra Dio e l’uomo. La gratuità, la verità, la concretezza, la bellezza di ogni persona e di ogni storia. Della fede e della Misericordia.

Gesù me lo insegna e io cerco di impararlo ogni giorno nella Chiesa, comunità di gente inaffidabile e deludente, chiamata a vivere la santità di Dio. Cioè l’Amore che si lascia incontrare e conoscere. Che ci spinge all’accoglienza e alla condivisione. Anche se Erode insinua in noi che tutto dipenda dalle cose da possedere, dalle persone da dominare, dalle pretese da accampare e dalle menzogne a cui svendersi, tra lusinghe e illusioni.

I Magi davanti a Gesù mi ricordano invece lo stupore di ogni primo incontro: la bellezza degli occhi, la verità di un abbraccio e la concretezza di un dolcetto “smezzato”. Perché la vita di chiunque è un dono da riconoscere, offrire, accogliere. Una strada nuova. Non tornerò più da Erode. Questa è la felicità.