Hanno fatto esplodere una bomba davanti a una scuola di Brindisi. E comincia, prima delle agenzie stampa e prima ancora dell’avvio delle indagini, la rassegna dei luoghi comuni e della retorica. Tanto per avere l’illusione di partecipare virtualmente ad un evento, che siamo tutti contenti di non aver vissuto direttamente. Ovvia la condanna della violenza, ovvia la partecipazione al dolore delle vittime, ovvia l’indignazione, purtroppo ovvie anche le parole violente che gridano vendetta contro i violenti. 
Siamo già al dopo! Ma non siamo capaci di leggere oltre. Invece io voglio fermarmi davanti alle vittime di oggi. E nella ricerca di un intimo colloquio con la loro generazione, sento scaturire domande, a cui, per ora, non so dare risposta. 
Se abbiamo donato loro la passione per la vita, che tragicamente oggi si è spezzata, oppure con parole e opere abbiamo insegnato noia, rassegnazione, tiepida sonnolenza. Se il profondo senso di ingiustizia che oggi ci trafigge l’anima è stato l’anima delle nostre scelte quotidiane, in campo sociale, economico, mediatico, culturale. 
Se con la stessa smania con la quale vorremmo individuare i colpevoli di tale atrocità, ci sentiamo responsabili gli uni degli altri, soprattutto dei più deboli, dei più soli, dei più difficili. 
Se non abbiamo potuto fare nulla per difendere la loro vita, abbiamo almeno tentato ogni strada per salvare la loro anima da questa cultura mortifera, che inculca l’apparenza come principio, la violenza come strumento, l’idiozia come norma, la produttività come sommo bene, l’individualismo come struttura, la demenza come necessità. Se noi credenti, e io prete soprattutto, siamo credibili testimoni della novità alternativa e della felicità possibile che il Vangelo offre al mondo. 
Se saremmo capaci di alzarci in piedi, oltre le ideologie e le retoriche, oltre l’interesse proprio, oltre l’apparente inefficacia delle passioni belle, oltre le facili soluzioni e la comoda rassegnazione. 
Mi chiedo, infine, se il volto di Melissa, sarà la pietra sepolcrale di una civiltà finita, oppure lo sguardo coraggioso sul futuro di cui siamo tutti debitori, nei loro confronti. E verso tutti i giovani e le ragazze, che mentre vanno a scuola la mattina, sono ancora capaci di sognare.