L’apostolo Tommaso, quello che se non tocca non crede, nel vangelo è soprannominato “gemello”. Forse perché ha dei fratelli in tutto simili a lui, quasi gemelli. E siamo noi! Certamente per la sua incredulità. Quando “credere” vuol dire “vivere”, o meglio “cambiare vita”. Perché un conto è dire di esse credenti e celebrare la Pasqua, ma altra questione è vivere da credenti e vivere la Pasqua ogni giorno. Ma Tommaso mi piace, e lo sento simile a me, anche perché non si accontenta delle parole, non si rassegna all’approssimazione del “sentito dire” che diventa dottrina e poi ideologia. Il mio gemello, Tommaso, vuole sperimentare la Risurrezione di Gesù – questo è vedere e toccare – e si interroga seriamente quanto essa abbia a che fare con la sua vita concreta. Perché riguarda me? Che cosa mi cambia? Come mi coinvolge? Come prende la mia carne e assume la mia storia? Mi piace questa ragionevole esigenza di vedere e toccare, poiché la fede fuori dalla vita non serve. Spero di essere davvero il fratello gemello di Tommaso, per il quale Gesù torna indietro. Lo raggiunge nella sua incredulità e nella sua passione di vivere una esperienza e non una teoria di fede. Lo raggiunge e lo asseconda. Si fa vedere e si fa toccare. E come lui spero anche di essere capace di far vedere e toccare Gesù nella mia vita, e non solo con le mie parole. E neppure di aspettare che siano altri a farlo. E come Tommaso, desidero rimanere in silenzio, e dire con tutto il cuore: “Mio Signore e mio Dio!”.