Aggrovigliato a ricercare le possibilità e le dinamiche di un eventuale cambiamento, ho ricordato alcune parole sul fine e, direi, la vocazione della comunità cristiana nella storia: «Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (cfr GS 3).
Il Concilio Vaticano II afferma che affinché questa vocazione si realizzi nel tempo è doveroso scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, che in quanto parola viva si rivolge a ciascuna generazione, rispondendo ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche (cfr. GS 4).


Allora, dobbiamo trovare il coraggio di scrutare questa nostra epoca e incrociare la vita degli uomini e delle donne di oggi. Senza illusioni, pregiudizi, presunzione. Registrando i profondi e rapidi mutamenti e nello stesso tempo riaffermando ciò che è essenziale sempre.
Sempre la Costituzione conciliare Gaudium et spes afferma che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (cfr. GS 1).
Mi piace l’affermazione di un coinvolgimento necessario tra la mia fede e la vita di tutti i giorni, le ansie, i sentimenti e i desideri, cielo, terra, aria e fuoco. Tutto riguarda me e la mia fede!
Ogni volta che riascolto queste parole mi sorprende ancora il respiro ottimista e profetico dello Spirito Santo che parla alla Chiesa. «Non voglio rimanere estraneo all’uomo di oggi! Quando è felice e quando soffre, soprattutto quando soffre». Noi invece, pessimisti abitudinari, facciamo finta di non vedere-sentire il povero che grida, e quasi sembriamo incapaci di esprimere gioia e di essere contenti. Dimenticando che la gioia si oppone alla tristezza, ma non alla serietà.
Mi rendo conto che in tante predicazioni si dà largo sfogo alla lamentela e abbondante voce al rimprovero. Invece lo Spirito del Signore ci suggerisce di essere presenza consolatrice con chi soffre e capaci di comprendere il senso di ogni bellezza e bontà.
Fin qui la “teoria”, ma riconosco che nella realtà non è per niente facile! Non posso negare che davanti l’urgenza di ogni cambiamento e nonostante la bontà di qualsiasi novità, finisco per chiedermi: ma ne vale veramente la pena? Quante volte ci si è provato! E quante amare delusioni!
Ad esempio con i più piccoli. Al catechismo. Si punta molto sulla trasmissione delle verità di fede, ma alla fine dell’anno non sanno quasi nulla (benché gli stessi argomenti siano stati affrontati anche a scuola!). Allora si punta molto sull’aggregazione e sull’animazione del gruppo, sulle attività, e le assenze diventano la prassi. In effetti si fatica inutilmente se non si coinvolgono le famiglie, ma le famiglie non si lasciano coinvolgere. Forse è il tempo di essere più duri ed esigenti: e allora la cresima la faranno in occasione del matrimonio.
E possiamo applicare lo stesso esempio all’eucaristia domenicale, alla preparazione al matrimonio, alla pastorale dei giovani, degli adulti, degli anziani. Sia che si tratti del parroco, dei genitori, dei catechisti, delle suore o persino del Vescovo. Sembra una battaglia persa in partenza.
La storia è sempre attraversata dal dramma dell’incertezza e del dubbio. Perché il male riesce sempre meglio del bene, procede senza alcun ostacolo: non sembra mai esserci il lieto fine. Perché non si riesce mai a separare il male dal bene, ad abitare una realtà limpida e avere una risposta certa. Il regno delle contraddizioni, più che il regno dei cieli, continuamente sporcato da qualcuno o da qualcosa.
Anche Gesù deve essersi trovato davanti a una domanda simile, contemplando il progetto di salvezza del Padre e la sordità della sua generazione. Credo che sia stata questa la sintesi di ogni tentazione da lui sostenuta. Ne vale la pena? Non in riferimento alla bellezza dell’annuncio, ma alla inadeguatezza dei destinatari, compresi coloro che gli erano più vicini. Fino al compimento dei suoi giorni. Varrebbe quasi la pena ritirarsi in un eremo e lasciar perdere tutto e tutti.
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? (Mt 11,3). È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,18-19). Qualche volta anche Gesù è toccato dal dramma dell’incomprensione e si interroga.
E davanti alla realtà non può trattenere ciò che è custodito nel suo cuore e lo esprime con parole durissime: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!» (Mt 11, 21-24).
Ma poco dopo, inaspettatamente, ugualmente davanti alla realtà, non riesce a trattenere la sua gratitudine e il suo stupore. La sua preghiera al Padre: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,25-27).
Cosa è accaduto tra i due momenti della vita di Gesù? Allora ne vale la pena? Nonostante il fallimento e la compromissione con il male, Gesù ha raccolto questa provocazione inquietante. Non si è tirato indietro. È uscito, ha accettato la sfida della storia, ha trovato un terreno buono, nel quale valesse la pena gettare ogni sua speranza.
Perché davanti alle macerie della storia e della Chiesa, Dio rimane ostinatamente ottimista.

(tratto da Dino Pirri, Dalla sacrestia a Gerico, ed Ave)