Per me è cattivo gusto tenere un uomo in croce dicendo che è morto per me.

Sono di quelle cose che ogni tanto ti dice qualche amico. E ti ci sei anche abituato. Di tanto in tanto si accende il dibattito se il Crocifisso abbia o meno diritto di essere ospitato negli ambienti di vita e sui muri di alcuni edifici pubblici, mentre trova pacifica ostentazione come monile, tatuaggio o motivo decorativo. Chiacchiere.

Ma quando te lo dice una persona a cui tieni, allora cambia tutto. E allora davanti al Crocifisso ti ci metti sul serio e lo guardi. E ti accorgi che quell’impertinente ha ragione anche questa volta. Quel simbolo che abbiamo trasformato in opera d’arte o in una sorta di amuleto, in realtà è carico del cattivo gusto dello scandalo, davanti al quale si inciampa, invece di rimanere indifferenti.

Il cattivo gusto di della debolezza assunta dall’Onnipotente salvare il mondo, mentre continuo ad essere attratto dal potere, anche se usato “a fin di bene”. Il cattivo gusto della estrema povertà della Parola che si offre alla libertà di ciascuno, mentre ancora rimango legato alla logica del possesso e della retorica. Il cattivo gusto di un Amore che non finisce e non si arrende. Né alla morte né al mio peccato. E continua a rivelare le viscere di Misericordia del Padre. Mentre mi accorgo di far tanta fatica, anche ad amare me stesso, per quello che sono. Il cattivo gusto e lo scandalo della sproporzione tra quelle braccia spalancate per tutti e i miei calcoli e progetti a ribasso. Per paura. Per orgoglio. Per rassegnazione. Per pigrizia.

Oggi celebriamo la testimonianza di padre Massimiliano Kolbe, che si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame nel campo di concentramento di Auschwitz. Lo scandalo del dare la vita per uno sconosciuto e il cattivo gusto di amare tenacemente anche il carnefice. Sono gli uomini e le donne come lui, a rivelarci la possibilità di un Crocifisso affatto gradevole e sdolcinato, ma certamente meno lontano.

Sul Colle Palatino a Roma, nel 1857 fu rinvenuto un antico graffito del III secolo d.C., in cui è raffigurato un Crocifisso con la testa d’sino e un uomo in adorazione. Scritto in greco: “Alessameno venera [il suo] dio“. Più dell’antica irriverenza mi scandalizza la mia incoerenza e la resistenza ad assumerne pienamente la logica. E ad annunciarla con la vita, anziché con slogan e omelie.

“Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (1Cor 1,22-25)

Così scriveva l’apostolo Paolo, che aveva provato ad “abbellire” la Croce, quasi nascondendola. Perché il cattivo gusto di Dio mi convince molto di più che il perbenismo dei bigotti. Poiché il fatto “che è morto per me” forse è l’unica parola dolce che ho sentito pronunciare sulla mia faticosa esistenza.