La solita C. che fa capolino su wazzup e mi chiede di raccontare del coraggio di cambiare strada nella vita. A me viene da pensare alla sua vita. Cosa deve essere cambiato in questi mesi per giungere a tale domande. O cosa desideri con tutto il cuore che cambi? Probabilmente non lo saprò mai. Cosa si è rotto o cosa si sta ricostruendo?

Mi è venuto in mente “Che la festa cominci” di N. Ammaniti, che descrive quanto tragicamente la “festa del secolo” finisca prima ancora di iniziare, annegando ideali e sentimenti. Di come si tenti ogni vota di rimettere in piedi qualcosa, raccogliendo i resti di un’illusione crollata. Di quando vorresti, appunto, cambiare strada. Ma non trovi il coraggio, non vedi possibilità, non sai verso dove.

L’evangelista Giovanni ci racconta di una festa interrotta da una mancanza, che in realtà è un’assenza. Simbolo di tutto l’umano che prima o poi finisce: sentimenti, passioni, amore, promesse, sogni, propositi, amicizie, relazioni. Come la mancanza improvvisa di vino a un banchetto. Oppure l’assenza dello Sposo a una festa di nozze. Se guardo la vita di tanti ho questa impressione: desiderio di festa, di gioia vera, di felicità. Tuttavia mancano le condizioni (il vino al banchetto) oppure il senso (lo Sposo alle nozze). E quando accade? Comincia il continuo pellegrinaggio da un locale all’altro, bicchiere dopo bicchiere, relazioni a intermittenza, passioni tristi e sogni irrealizzabili. Comincia la trasgressione o la rassegnazione o le menzogne.

Maria, la Madre di Gesù, si accorge di questo, non rimane indifferente, prende l’iniziativa. Come dovrebbe fare la comunità cristiana oggi. Prima che insegnare cose e dettare regole, suggerire una possibilità: che la festa continui. Nonostante tutto. Oltre ogni impossibilità umanamente prevedibile.

Qualsiasi cosa vi dica, fatela – dice, indicando Gesù. La sua Parola e la sua Vita è il vino finito e lo Sposo assente, condizione e senso della mia felicità. Quella vera. Qualcuno si fida. A partire dall’insignificanza apparente di acqua senza sapore e senza colore. Il risultato non è soltanto il ripristino della festa interrotta. Ma la sovrabbondanza incalcolabile, la qualità mai sperimentata, una presenza nuova, la festa vera, la gioia piena, la felicità possibile.

Cara C., la questione non è sempre il coraggio di cambiare strada, nel senso di percorrere altre vie e raggiungere luoghi inesplorati. Ma avere il coraggio di riconoscere il fallimento e la possibilità nuova. Accogliere quella Parola viva. Guardare le solite cose riconoscendo la presenza dello Sposo. Fidarsi di Lui. Non accontentarsi di surrogati di passioni e ideali diluiti.

Perché c’è un vino nuovo, più buono. Che non si compra come un prodotto umano, ma si accoglie come un dono inaspettato, smisurato. Non voglio venderlo. Non posso insegnartelo. Non so descriverne le qualità organolettiche. Possiamo berlo insieme!

Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”. Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.