La vicenda del bambino di Padova, che in questi giorni ha riempito gli schermi delle nostre TV, perché prelevato con forza dalla polizia, ha suscitato scalpore e rammarico principalmente per le modalità con le quali è stato portato via dalla scuola. Infatti nonostante la presenza di un equipe specializzata, si è arrivati a compiere azioni violente, in quanto non si è avuta la collaborazione da parte di entrambe i genitori che avrebbero dovuto tranquillizzare e rassicurare il bambino.

 

 Caro fratellino,

vorremmo chiamarti per nome, ma le regole che proteggono la tua identità, paradossalmente ci impediscono di comprenderti come persona, forse riducendomi troppo velocemente a un “caso”. Attraverso te, allora, vorremmo rivolgerci a tutti i “piccoli” della nostra società, definita evoluta.

Quello che forse dovrebbe farci riflettere è il motivo per cui si è arrivati a prendere un tale provvedimento. Poiché tu sei soltanto l’ultimo anello noto di una catena, ennesima storia di una separazione conflittuale. Poiché coloro che rivendicano la “fine dell’amore di coppia” come segno di progresso e di libertà, dovrebbero anche rivendicare, per te, il diritto ad avere una coppia di genitori che continuano ad occuparsi di te, anche quando smettono di essere coppia di coniugi.

Ci piacerebbe smettere di vedere le immagini violente trasmesse dalla televisione, più crudele della realtà, e dedicare tempo per guardare nel tuo cuore. Infatti, a differenza dei tuoi genitori, non hai potuto trovare, per te, neppure un beneficio per la loro separazione. Le spiegazioni non avranno potuto impedire la frattura della tua anima inerme. Per il solo non vederli più insieme. Il tuo disorientamento nel cercare un solo buon motivo per la loro separazione. La tua speranza di vederli affrontare ogni conflitto, trovando tempo e forze per il dialogo, l’umiltà della comprensione e il coraggio dell’ascolto. Parole fuori moda, in questo tempo frenetico che brucia relazioni, affetti e speranze. E riduce tutto a una “cosa” da consumare. Che ha ridotto te, in una preda. L’amore, in una sorta di masturbazione simultanea.

Ci piacerebbe chiamarti per nome e carezzare il tuo volto, per ricordare a tutti che non sei il numero muto di una sentenza, ma neppure il trofeo da conquistare né l’arma per ferire il rivale. Né una rivincita da ottenere o lo stratagemma per intascare risarcimenti economici e psicologici. E non sei neppure un fatto di cronaca da gonfiare e riproporre, come una ferita sadicamente torturata da un dito curioso.

Vorremmo che qualcuno ti sia accanto gratuitamente e senza rivendicare diritti o accampare pretese. Perché tu possa ugualmente ritrovare te stesso e non cadere nell’illusione che non possa esistere l’affetto, la generosità, la tenerezza. Perché non debba mai sentirti in colpa per l’odio dei tuoi genitori e a causa dei giudizi categorici del mondo, che noi ti abbiamo preparato.

Non conosciamo cosa abbia causato un simile epilogo, ma nei tuoi confronti sentiamo il dovere di chiedere a coloro che operano nel mondo della comunicazione di non “vivisezionare” più la tua storia, e di promuovere riflessioni serie sul valore della famiglia. Non come slogan da esibire per convenienza, ma luogo in cui ci si prende cura gli uni degli altri, attraverso il passaggio dall’individualità alla comunione. Luogo in cui le esigenze della coppia vanno poste in secondo piano rispetto a bisogni e necessità dei figli, i quali non hanno chiesto di essere generati allora, ma desiderano essere accolti, amati e protetti ora.

Ti auguriamo di trovare nella nostra debolezza una casa accogliente. Anche nella nostra fragilità un abbraccio. Nell’attesa che smettiamo di considerarti un diritto da ottenere a tutti i costi, un oggetto di contesa, un valore statistico o una notizia da barattare. Solo un ragazzino, da proteggere da qualsiasi violenza e da preservare da tutti gli abbandoni di cui siamo capaci.

*In collaborazione con Ambra Siliquini, pedagogista