di Silvia Del Gran Mastro


Una riflessione profonda, ma soprattutto umana, dell’essere cristiani oggi. Ma anche un’analisi “politically correct” delle debolezze della Chiesa in questi anni di feroce crisi. A farle è chi da anni indossa un abito talare e il prefisso “don” davanti al nome.
Dino Pirri, dal 1998 è prete nella nostra Diocesi e, dopo essere stato parroco e assistente diocesano dell’Acr e dell’Agesci, è attualmente assistente ecclesiastico nazionale dell’Azione cattolica dei ragazzi ed è membro, in Diocesi, del consiglio presbiterale e direttore dell’ufficio catechistico, che coordina anche a livello regionale.
Alla sua comunità parla sia sull’altare che dalla rete, attraverso il suo blog Appunti di un pellegrino. Attivissimo sui social network, durante il periodo della Quaresima ha sperimentato, con successo, le twitter-omelie, e cioè le omelie da 140 caratteri pubblicate sul noto social network.
Qualche settimana fa è stato dato alle stampe il suo libro Dalla sacrestia a Gerico, verso la nuova evangelizzazione, (edizioni Ave) in cui l’autore, partendo dalla sua esperienza personale, si interroga sulla crisi della nostra pastorale per individuare percorsi nuovi per superarla, mettendosi costantemente in discussione, tanto da affermare: «Oggi ho la certezza che non sia l’aridità del terreno, ma la mia incapacità di riconoscerlo fecondo, il solo peccato. O, almeno, il peccato più grave».
Abbiamo incontrato don Dino per parlare del suo libro e dunque della Chiesa, non risparmiandogli domande un po’ scomode…

Quando e da dove è nata l’idea di scrivere questo libro?
La casa editrice Ave mi aveva chiesto di scrivere qualcosa e io ho sempre avuto un grande impulso a farlo anche a seguito di ciò che mi diceva il professor Giuseppe Savagnone (che ha curato la prefazione del libro – ndr) e cioè che è importante scrivere perché, facendo tanti incontri e vedendo così tanta gente, era giusto lasciare loro le nostre idee anche sottoforma di libro. Inizialmente l’idea era un’altra e cioè cercare di guardare la realtà, provando a domandarmi come Dio la guarda e questo è ciò che ho cercato di fare nella prima parte del libro. Poi la scrittura è andata un po’ da sé e nella seconda parte mi interrogo sulla necessità una nuova evangelizzazione, intendendo riferire l’aggettivo “nuovo” non al Vangelo, ma a noi.
Come mai il titolo “Dalla sacrestia a Gerico”? Cosa significa?
Il titolo nasce da un progetto originario impiantato sulla parabola del buon samaritano in cui si narra del tale che andava da Gerusalemme a Gerico. Gerusalemme è la Città Santa, la terra promessa. La identifico con la nostra sacrestia, con l’ambiente ecclesiale ed ecclesiastico che c’è nella sacrestia. Gerico è invece la prima città che il popolo d’Israele incontra all’ingresso della terra promessa. È una città infedele, la più antica del mondo, ed è la città forte. Io la identifico col mondo di oggi. Il popolo d’Israele si trova in difficoltà perché da un lato ha paura ma dall’altro deve entrare a Gerico, altrimenti non può raggiungere la terra promessa. Ecco, noi credenti oggi ci troviamo di fronte alla città del mondo, sapendoci inadeguati ma con la consapevolezza di dover entrare.
A chi si rivolge questo libro?
Inizialmente pensavo di rivolgermi a educatori, catechisti, parroci… insomma a chi frequenta la parrocchia. Poi però ho visto che alcune persone, che la parrocchia non la frequentano o la frequentano poco, hanno letto il libro. Allora ho chiesto loro cosa ne pensassero e una di queste, in particolare, mi ha risposto: «È bello scoprire che hai le mie stesse domande». Questo mi ha fatto molto piacere, anche perché noi preti spesso veniamo rappresentati come quelli che hanno solo risposte, invece non è affatto così. Mi piacerebbe quindi che anche i non credenti leggessero questo libro, perché qui c’è un po’ quello che penso della Chiesa, il modo in cui la vedo io, che è un modo molto lontano dai luoghi comuni.
Sul Corriere.it Davide Rondoni ieri, 7 maggio, scriveva: «Purtroppo Gesù Cristo invece che essere testimoniato come eccezionale presenza che rende cento volte più intensa la vita, è stato indicato a molti come un vecchio suocero». Più che Gesù Cristo il ruolo del vecchio suocero io lo darei alla Chiesa, troppo spesso pronta a borbottare e a giudicare e ormai lontana dalla gente. Non trova? Cosa si dovrebbe fare per accorciare un po’ queste distanze?
Se c’è un suocero, c’è anche una suocera. Non si può parlare di Gesù senza la Chiesa. Detto questo, credo che ci sia un problema di comunicazione: da un lato, noi non riusciamo più a parlare la stessa lingua di molti, e dunque continuiamo a parlare, ma l’altro non ci capisce. Dall’altro lato, i mezzi di comunicazione spesso parlano della Chiesa con approssimazione. Non so cosa si dovrebbe fare, non ho la pretesa di trovare soluzioni. Credo però che si potrebbe iniziare a essere prossimi al mondo: uscire dalle sacrestie e andare verso Gerico. Non per fare compromessi, ma per incontrarsi e fare un pezzo di strada insieme. Ricordo e condivido le parole del giudice Rosario Livatino: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».
In questi ultimi anni si ha un po’ l’impressione che ci sia un’Italia punita e un’Italia impunita, o meglio, un paese punibile e un paese impunibile. E questo riguarda sì i politici o chi gode di alcuni privilegi, ma anche i preti. Spesso infatti i casi di pedofilia nella Chiesa sono stati nascosti e non pubblicamente denunciati…
Premettendo che non credo si possa generalizzare, tuttavia penso che il problema sia molto complesso e che sia anche la conseguenza di un’impreparazione che c’è stata a riguardo negli ultimi anni. Si sono fatti degli errori, è vero, ma non tutti sono stati fatti in malafede e credo che spesso il problema non sia stato capito a fondo. C’è anche da dire che oggi in Italia un’accusa equivale a una condanna: se sei accusato di un reato, sei comunque colpevole. Quindi, credo che anche sulla base di questo ci siano state difficoltà a denunciare certi fatti. Tuttavia se in passato ci sono state negligenze, in futuro non credo ci saranno. Su questo il Papa è stato chiaro.
Nei giorni scorsi, su tutti i quotidiani, sono state diffuse, non senza scalpore, le linee guida dell’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani dove si invitavano i capi gay a evitare il coming out e agli omosessuali veniva vietato di fare i capi scout. Non crede sia una enorme discriminazione?
Prima di trarre conclusioni vorrei vedere il documento dell’Agesci, non perché non mi fidi della stampa, ma tante volte alcuni concetti vengono esasperati. Tuttavia, se così fosse, le conclusioni che emergono da queste linee guida mi lascerebbero parecchio perplesso.
Il libro di don Dino Pirri sarà ufficialmente presentato mercoledì 16 maggio alle ore 21 presso la Parrocchia Ss. Annunziata a Porto d’Ascoli. Con l’autore saranno presenti: don Antonio Mastantuono, docente di teologia pastorale, il dottor Vincenzo Varagona, giornalista di Rai Marche e il dottor Gianni Borsa, direttore di “Segno nel mondo”.